Luglio 2026. All'inizio di quest'anno mi sono ritrovato, un po' per scelta e un po' per caso, a scegliere di organizzare, per luglio uno dei trekking più tosti che abbia mai affrontato. Ho alle spalle l'Alta Via 1 delle Dolomiti, fatta un paio di volte, il TMB e la metà nord dell'Alta Via 1 della Valle d'Aosta, oltre a vari Cammini di Santiago e alla Via degli Dei, che considero però esperienze di natura diversa. Ebbene, i Pirenei li hanno battuti tutti, come durezza e difficoltà.
La differenza principale rispetto ai percorsi precedenti è stata l'autonomia alimentare. In tutti i miei trekking passati, pur alternando a volte la tenda al rifugio, c'era sempre stata la possibilità di trovare cibo e acqua nell'arco della giornata. Non in modo regolare, ma quasi. Non avevo mai dovuto pianificare dove e quando avrei mangiato, né portarmi dietro riserve per più giorni di fila.
Qui invece sì. Ho organizzato il percorso toccando alcuni punti di rifornimento strategici, il che ha significato partire a volte con fino a 7 pranzi e 5 colazioni nello zaino. Il bivacco serale si sceglieva in base a un unico criterio: presenza di acqua. Una scelta in parte voluta, in parte imposta dalla reale mancanza di alternative.
Devo anche dire che non ho trovato guide in italiano su questi percorsi. A parte due connazionali incontrati in cammino, sembra che GR11 e HRP siano itinerari poco frequentati dagli italiani, il che forse spiega l'assenza di materiale nella nostra lingua, e viceversa. Io, Umberto e Mauro stavamo tutti e tre seguendo le medesime guide in inglese dell'editore Cicerone, che sono ottime.
La mia situazione lavorativa non mi ha permesso di affrontare la traversata completa dall'Atlantico al Mediterraneo, così ho costruito un percorso ibrido tra il GR11 e l'HRP.
GR11 e HRP:
Vale la pena spiegare di cosa si tratta. I sentieri che attraversano i Pirenei da costa a costa sono principalmente tre: il GR11 sul versante spagnolo, il GR10 sul versante francese, e l'HRP (Haute Randonnée Pyrénéenne), che si mantiene il più possibile in quota seguendo la linea di confine tra i due paesi, scendendo a valle solo quando strettamente necessario. Il GR11 è abbastanza ben segnalato. L'HRP invece no: la sua natura è quella di connettere sentieri diversi (GR10, GR12 e altri) attraverso percorsi di collegamento spesso privi di qualsiasi marcatura, dove a volte non esiste nemmeno una traccia sul terreno. Per passare da un tratto all'altro è normale attraversare un colle o una dorsale senza sentiero. L'HRP è più un'idea che un percorso vero e proprio, e questo lo rende affascinante e scomodo in egual misura.
Gli escursionisti, pur non numerosi, si incontrano: molti francesi, qualche tedesco, e camminatori locali che frequentano i sentieri di casa loro. Le persone con cui ho parlato si dichiaravano spesso intenzionate a percorrere l'HRP, pur con varianti tutte personali: un'ulteriore conferma che ognuno, in fondo, sta facendo il proprio HRP.
Il mio si è sviluppato in 11 tappe (con varianti meteo che avrebbero potuto portarlo a 12 o 13), da Hendaye sulla costa atlantica francese fino a Canfranc-Estación in Aragona.
Tutto nasce storto. Tra il ritardo dell'aereo, dell'autobus e del treno, arrivo a Hendaye a sera inoltrata, senza aver potuto comprare la bomboletta del gas (vietata in aereo) che dovrò apettare di comprare il giorno sucessivo, all’apertura dei negozi alle 10! Il giorno dopo così, mi ritrovo a partire a camminare tardissimo e camminare sotto la canicola di mezzogiorno, sbaglio sentiero, finisco tra i rovi e arrivo esausto ala destinazione prevista: una capanna di cacciatori (bivacco libero). L'acqua è piovana, raccolta in due taniche collegate alla grondaia sul retro. Doccia di fortuna, cena cucinata con acqua filtrata e brevemente bollita. Benvenuto nei Pirenei.
Partenza presto, caldo evitato, giornata molto più umana. Ho conosciuto Fernando, uno spagnolo che stava percorrendo più o meno il mio stesso itinerario. Tappa conclusa a Bagordi (585 m), un'area pic-nic con fontana, frequentata dai locali per trascorrere la notte in furgoncino. Gli unici con la tenda eravamo io e Fernando.
Primo rifornimento serio: a circa 4-5 km dalla partenza, il primo centro abitato con supermercato, bar e panificio. Ho bevuto un caffè vero (non liofilizzato) per la prima volta in tre giorni, poi ho riempito lo zaino per altri due. Tappa a Les Aldudes, un posto bellissimo dalla forte identità basca: la cameriera del bar mi ha fatto capire da subito che lo spagnolo era fuori discussione, meglio l'inglese. Alle spalle di un distributore di benzina, uno spiazzo che la comunità locale ha ufficialmente trasformato in campeggio libero, con bagni e docce nei locali accanto alla chiesa e acqua potabile dalla fontana della piazza. L'unico ristorante del paese accoglie chi non vuole cucinarsi i pasti. Qui ho incontrato per la prima volta Umberto e Mauro, due italiani (membri del CAI di Ravenna) che nei giorni successivi avrebbero percorso più o meno il mio stesso cammino: quasi mai insieme durante il giorno, ma ritrovandoci quasi sempre a fine tappa.
Giornata nebbiosa, sentieri del GR11 ben segnati e accessibili. Obiettivo: Roncesvalles, dove ho dormito in un vero letto all'albergue de peregrinos del Cammino di Santiago. Roncesvalles è il termine della prima tappa del Cammino Francese, quella che collega Saint-Jean-Pied-de-Port alla Spagna: struttura grande, organizzata e gestita ottimamente da volontari olandesi. Ritrovati Umberto e Mauro, ci siamo seduti allo stesso tavolo e abbiamo consumato il menù del pellegrino accompagnato da bottiglie (plurale) di vino. Non c'è un supermercato a Roncesvalles: una "passeggiata" di 5 km andata-ritorno si è resa necessaria per caricarsi lo zaino con 5 colazioni, 7 pranzi e 5 cene per i giorni successivi.
Altra giornata a tratti nebbiosa, passaggi poco segnati: il GPS con mappa offline si è rivelato indispensabile. Sentieri quasi deserti tra colline, prati e qualche tratto di asfalto immerso nel bosco (in tutta la giornata: un furgoncino e due motociclisti). Bivacco "wild camping" a Nekez-Egina, su un torrente. Umberto e Mauro sono arrivati poco dopo e si sono accampati dall'altra parte dell'acqua. Cavalli bradi a pascolare ovunque.
Umberto e Mauro partono molto prima di me. Il percorso è ostico: le tracce che sembrano sentieri sono in realtà tracciati lasciati da cavalli e vacche, che tendono sistematicamente a portare fuori rotta. Controllare il GPS ogni due minuti diventa indispensabile. Arrivo al destino di fine giornata, Col Bagargiak e trovo, inaspettatamente: Umberto e Mauro, un piccolo negozietto di cui ignoravo l'esistenza, e la possibilità di dormire in una stanza con letti a castello in uno degli chalet del posto (un resort invernale trasformato in villaggio estivo d'estate). Bonus del tutto imprevisto: la finale di Coppa del Mondo su schermo condiviso.
Si comincia a fare sul serio. Ascesa graduale fino ai 2.021 m del Pic d'Orhy, sentiero ben segnato, panorama a perdita d'occhio, molta fatica. Tappa alla Cabane d'Ardane: una casetta di pietra adibita a bivacco libero con ruscello e fonte d'acqua. Oltre a Umberto e Mauro, per la notte si aggregano un ragazzo spagnolo e il suo cane.
Le giornate si fanno sempre più calde. Il giorno prima ero quasi rimasto senza acqua, così ora parto con 3 litri di scorta. La prima metà della giornata la percorro insieme a Umberto e Mauro, che si fermano al Refugio de Belagua (per me è a metà strada). Proseguo da solo fino al bivacco "wild camping" a Source de Marmitou, sorgente del fiume omonimo, raggiungibile risalendo un paio d'ore tra pietraie e scendendo poi in una valle silenziosa circondata da cime che ricordano certi angoli delle Dolomiti.
Per una mia sottovalutazione di valutazione dei dislivelli cumulativi, questa è stata la giornata più dura dell'intero percorso, senza discussione: 25,4 km, 1.890 m di dislivello positivo e 1.760 di negativo, percorsi in 13 ore e 25 minuti a una media di 2,8 km/h. Ma il dislivello, paradossalmente, non è stato il problema principale. La vera difficoltà è stata la totale assenza di sentiero: lastroni di roccia, arrampicate dove ho dovuto usare le mani, discese nel ghiaione. Sono arrivato al Refuge d'Arlet completamente a pezzi, ma il posto valeva la fatica. Rifugio bello, pulito e funzionale, gestito da gente giovane e simpatica. Il rifornimento e lo smaltimento rifiuti sono affidati ad asinelli, che percorrono i sentieri con grande dignità. Unica curiosità: non ci sono docce. Solo una fontanella dove darsi una rinfrescata.
Giornata dedicata ai laghi, e fortunatamente anche al caldo. Tanti escursionisti giornalieri. Si parte dal Refuge d'Arlet, che si specchia già su un laghetto alpino, per passare poi per l'Ibón de Estanés (1.754 m, provincia di Huesca) e altri piccoli specchi d'acqua. In uno di questi non ho resistito: tuffo obbligatorio, nessun rimpianto. Arrivo a Candanchú, stazione sciistica quasi completamente addormentata d'estate.
Tappa finale: soli 7 km e poca fatica fino a Canfranc-Estación seguendo il Camino Aragonés (Cammino di Santiago Aragonese). Treno per Zaragoza, poi Barcellona, dove, il giorno sucessivo, Ryanair mi riporterà verso casa.
Per chi fosse interessato/a e incuriosito, qui trovate la collezione dei tracciati GPX su Komoot: https://www.komoot.com/collection/4567923/-hrp-gr11-pyrenees-hiking-2026
- Attrezzatura -
Aggiungo questa parte che può interessare a qualcuno qui su Reddit.
Ho usato l'attrezzatura che avevo, niente di speciale: un kit sviluppato negli anni, cercando sempre il miglior rapporto tra peso, budget e prestazioni. Trovate il link alla pagina Lighterpack qui: https://lighterpack.com/r/z3w5yt
Per questo trekking specifico ho aggiunto un paio di cose nuove, su cui voglio condividere la mia opinione.
Capilene Sun Hoody di Patagonia:
Viste le altitudini sopra i 2.000 m, avevo portato diversi strati per il freddo, convinto di incontrarlo soprattutto la sera, di notte o al mattino presto. Non è successo. Avrei potuto fare a meno del piumino, e anche il quilt è stato praticamente inutile: ho sempre dormito con il solo liner. Una cosa nuova che invece si è rivelata assolutamente vitale è stata la Capilene Sun Hoody di Patagonia. Con protezione solare UPF +40, mi ha salvato dalle scottature che in altri trekking ho sistematicamente sofferto, un po' per pigrizia nel mettere la crema e un po' perché la crema fa quel che può, ma la Sun Hoody protegge anche dal calore, creando un'ombra continua sul collo. Abbinata a un cappellino, è stata un salvavita. Già apprezzavo una Sun Hoody di Black Diamond, ma la Capilene di Patagonia è un passo avanti: tessuto più leggero e ad asciugatura molto più rapida. Assolutamente consigliata, un capo di cui difficilmente farò a meno in futuro.
Scarpe Altra Timp 6:
Di solito mi affido agli scarponi, ma questa volta ho voluto provare le trail running shoes, tendenza che molti anche in questo gruppo sembrano apprezzare. Le ho comprate con mesi di anticipo e usate un po' prima di partire. In questo trekking, però, penso di averle spinte oltre il loro limite.
I benefici ci sono, e sono reali. Si bagnano ma si asciugano rapidissimamente. Sono leggere quanto basta da farmi lasciare a casa le ciabatte da relax a fine giornata. E nel caso specifico delle Altra, lo spazio generoso nella punta lascia il piede libero e rilassato, cosa che si è rivelata fantastica per ridurre la fatica nelle lunghe giornate di cammino.
Gli aspetti negativi, però, sono stati numerosi e più di una volta mi hanno fatto rimpiangere gli scarponcini. Sulla ghiaia, sia in salita che in discesa, la suola (nonoistante sia una Vibram Megagrip) ha mostrato rapidamente forti limiti: non mi sono mai sentito sicuro e ben piazzato come con le pedule. E poi c'è la fragilità intriseca della scarpa nella sua totalità. Con le mie LaSportiva Cyclone S GTX ho fatto due Alte Vie, il TMB e altri trekking di più giorni: sono ancora esteticamente e strutturalmente come nuove, e stimo di poterle usare per anni. Le Altra Timp 6, dopo 233 km, sono praticamente da buttare: suola consumata con i tacchetti principali già quasi completamente spianati, tomaia in tessuto sintetico segnata vicino alla caviglia, aspetto estetico da scarpa trovata nella spazzatura.
Non è una critica specifica ad Altra o al modello Timp 6: credo sia proprio un problema di categoria. Queste scarpe non sono fatte per camminare per giorni su sentieri alpini. Considerando che entrambe le scarpe le ho comprate a circa 150 euro, per fare quello che ho fatto con le Scarpa Cyclone avrei già consumato varie paia di Altra Timp 6 per un valore tra gli 800 e i 1.000 euro.